Se qualcuno avesse voluto trovare delle critiche da addossare al sottoscritto nella conduzione dell’attività pugilistica laziale, forse posso fornirgli un suggerimento. Dopo tanti successi e la straordinaria crescita senza precedenti, che questa Regione sta vivendo da anni, è arrivato infatti il momento di capire se l’unica cosa veramente importante è stata raggiunta. Mi riferisco alla capacità di aver imposto la cultura dello sport. Una cultura che appartiene a tutti i veri sportivi e che prevede il rispetto dell’avversario, sia esso tecnico o atleta, il saper dosare gli istinti e dominare gli impulsi innanzi a qualsiasi situazione. Ma soprattutto non fare della vittoria l’unico antidepressivo alle proprie frustrazioni e, quindi, accettare con serenità anche la sconfitta, sapendo magari che essa arriva per un verdetto non in linea con l’andamento del match. Questa è la cultura sportiva ed è la cultura della civiltà, di chi si fa uomo e non animale randagio. Questa è la cultura che di diritto è insita nella nobile arte pugilistica che annovera tra i suoi cardini positivi la non violenza poiché si rispetta l’avversario, anche se lo si colpisce nel corso del match, e, cosa più importante, si guarda al risultato con occhi distanti dagli istinti tribali che un vero fighter sa sempre dominare.
Per far questo, il pugilato insegna la disciplina, la regola nei comportamenti e l’uso del raziocinio nelle condotte, anche al di fuori del ring, il sacrificio negli allenamenti ed il sapersi rialzare dopo un tremendo ko o una semplice sconfitta. Proprio in virtù di tali caratteristiche, il sottoscritto crede che la nobile arte sia un fine strumento di educazione alla vita e al confronto con le sue peripezie. Uno strumento che dovrebbe essere manovrato ad arte dai tecnici che -di fronte ad una generazione di giovani non troppo in sintonia con tali valori - diventano in primo luogo educatori. Vi chiederete adesso perché, nonostante il sottoscritto predica da anni ciò che ho sopra affermato, mi senta sconfitto nel risultato finale. Per carpirlo occorre informarsi su cosa sia successo nella fase finale del torneo II elite - disputata nel passato weekend – dove si è assistito ad una scena da far west o, traducendola nei tempi moderni, nella più bieca rissa da stadio. Ciò non è ammissibile come non sono più ammissibili i continui diverbi sotto il ring, le rimostranze manifestate con gesti plateali da cani idrofobi che nulla hanno a che fare con lo sport ed in particolare con l’arte pugilistica. Tali comportamenti non hanno giustificazioni, neanche di fronte al verdetto più sbagliato, poiché minano le fondamenta di tutto il nostro movimento pugilistico. Mi chiedo se tali insulse condotte siano connesse con l’avidità di denaro che qualcuno sta pensando di traslare in questo sport. Penso a qualche attore!!!!, giovane o vecchio, che crede, forse, di alimentare le sue entrate economiche sulle spalle dei pugili e dell’attività pugilistica. Sarà necessario un impegno profondo di tutti coloro che credono nei valori di questo sport, per sradicare la pianta velenosa che tenta di insinuarsi nel mondo della nobile arte. Lo si dovrà fare con tutti i mezzi che l’ordinamento giuridico sportivo prevede e, il più delle volte, la prevenzione dovrà lasciare il posto ad una dura repressione di certi atteggiamenti. Non si dovrà tollerare più nessuna violazione delle regole né la minima violenza verbale o, peggio ancora, fisica nei confronti di qualunque addetto ai lavori (dirigenti, tecnici, atleti, giudici, medici e commissari di riunione). Se qualcuno non è degno della civiltà che la nobile arte insegna, dovrà inevitabilmente fare le valige.
IL PRESIDENTE C.R.L.-F.P.I. Dott. Flavio D’Ambrosi
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